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Planetologia

Il lato nascosto della Luna sta riscrivendo il calendario del sistema solare

L'analisi di antichi campioni provenienti dalla faccia nascosta della Luna sta rivoluzionando le nostre conoscenze sul sistema solare primordiale. Questi frammenti di roccia ci svelano i segreti degli antichi impatti cosmici, offrendo uno sguardo senza precedenti sull'evoluzione della Terra.

Redazione 29 luglio 2026 7 min di lettura 28 visualizzazioni
Dettaglio della superficie craterizzata della faccia nascosta della Luna illuminata dal Sole

Immaginate di alzare gli occhi al cielo in una notte serena. La Luna vi osserva con il suo volto familiare, un mosaico di zone scure e chiare che accompagna l'umanità fin dai suoi albori. Sempre lo stesso volto, notte dopo notte, secolo dopo secolo. Il motivo è la rotazione sincrona: la Luna impiega a girare su sé stessa esattamente lo stesso tempo che impiega a girare intorno a noi, e così ci mostra sempre la stessa faccia.

Non proprio tutta la stessa faccia, per la verità. L'orbita lunare è leggermente ellittica e l'asse è un po' inclinato, e queste piccole oscillazioni — gli astronomi le chiamano librazioni — nel corso dei mesi ci fanno sbirciare un po' oltre il bordo, prima da un lato e poi dall'altro. Sommando tutto, dalla Terra arriviamo a vedere circa il 59% della superficie. Il restante 41% è rimasto invisibile a chiunque fino al 1959, quando la sonda sovietica Luna 3 ne inviò le prime immagini, sgranate ma storiche.

Oggi frammenti di roccia prelevati proprio da quell'emisfero remoto stanno passando sotto i microscopi dei laboratori terrestri. E stanno costringendo gli scienziati a ritoccare la cronologia del sistema solare.

Due volti, un solo satellite

Le ampie macchie scure che vedete a occhio nudo si chiamano mari, ma il nome non è di Galileo. Nel Sidereus Nuncius del 1610 Galileo descrisse una Luna montuosa e irregolare, simile alla Terra, senza però battezzarne le formazioni; l'idea di chiamare "mari" quelle pianure scure si deve al fiammingo Michael van Langren, nel 1645, e la nomenclatura che usiamo ancora oggi fu fissata nel 1651 dal gesuita bolognese Giovanni Battista Riccioli, sulla base delle osservazioni del suo allievo Francesco Maria Grimaldi.

Di acqua, naturalmente, non ce n'è mai stata. Si tratta di vaste pianure di basalto: antiche colate laviche solidificate, che sul lato visibile ricoprono circa un terzo della superficie.

Il lato nascosto è tutt'altra cosa. È un intreccio fitto di crateri sovrapposti e di rilievi accidentati, quasi del tutto privo di distese scure: i mari vi occupano poco più dell'1% del terreno. La ragione più accreditata è che la crosta, su quell'emisfero, è sensibilmente più spessa, e il magma ha faticato molto di più a risalire fino in superficie.

Una piccola precisazione, visto che l'espressione circola parecchio: "lato oscuro" è sbagliato. Quell'emisfero riceve esattamente la stessa quantità di luce solare dell'altro, semplicemente non la riceve mai quando noi lo stiamo guardando. È nascosto, non buio.

Proprio per la sua natura accidentata e mai risommersa da lave recenti, il lato lontano funziona come un archivio geologico ben conservato. Sulla Terra la tettonica a placche, i venti e gli oceani cancellano metodicamente le tracce del passato: le rocce più antiche finiscono riassorbite nel mantello. Sulla Luna, invece, ogni cicatrice lasciata da un meteorite resta al suo posto per miliardi di anni.

L'orologio nascosto nei cristalli

Ma come fa un frammento di roccia a raccontarci l'età di un cratere? La risposta sta nell'infinitamente piccolo.

Quando un asteroide colpisce la superficie lunare, lo fa a velocità dell'ordine dei 15-20 chilometri al secondo: qualcosa come 60.000 chilometri all'ora, cinquanta volte la velocità di un aereo di linea. L'energia liberata fonde e in parte vaporizza la roccia, che poi si raffredda e ricristallizza in tempi brevissimi. In quel momento l'orologio geologico si azzera.

Il metodo più usato per leggerlo è la datazione argon-argon. Funziona così: nelle rocce lunari è comune il potassio, e una sua varietà instabile — il potassio-40 — decade lentamente in argon-40 con un ritmo che conosciamo bene. L'argon è un gas nobile: non si lega chimicamente a nulla, e quando la roccia è fusa se ne va. Quando invece la roccia si risolidifica, l'argon prodotto dal decadimento resta intrappolato nel reticolo dei cristalli e comincia ad accumularsi. Contando quanto se n'è accumulato si risale al momento in cui la roccia si è raffreddata, cioè all'impatto. Per gli eventi più antichi si affianca la datazione uranio-piombo, che sfrutta lo stesso principio su minerali come lo zircone.

Il problema è che, fino a due anni fa, il nostro orologio cosmico era tarato quasi soltanto sui campioni delle missioni Apollo e delle sonde sovietiche Luna. Tutti raccolti sul lato visibile. Era come cercare di ricostruire la trama di un libro leggendo solo le pagine pari.

Riscrivere il calendario

Il 25 giugno 2024 la capsula della missione cinese Chang'e-6 è atterrata in Mongolia Interna con 1.935 grammi di materiale raccolto dentro il cratere Apollo, che si trova a sua volta nel bacino Polo Sud-Aitken: la struttura da impatto più grande, più profonda e più antica della Luna. Sono i primi campioni della faccia nascosta mai portati sulla Terra.

Sui vecchi campioni si era costruita l'ipotesi dell'Intenso Bombardamento Tardivo (in inglese Late Heavy Bombardment): un'epoca, intorno a 3,9 miliardi di anni fa, in cui una pioggia concentrata di asteroidi avrebbe flagellato i pianeti interni in un episodio relativamente breve. L'indizio principale era che moltissime brecce da impatto raccolte dagli astronauti si affollavano proprio intorno a quella data.

C'era però un sospetto, avanzato da alcuni ricercatori già negli anni Settanta: quasi tutti i siti Apollo si trovano dove si è depositato il materiale espulso dalla formazione del bacino Imbrium, avvenuta circa 3,92 miliardi di anni fa. Un evento solo, insomma, potrebbe aver sovrascritto il segnale di tutti gli altri. Il cratere Apollo, sul lato nascosto, sta ben al di fuori di quella portata: il suo archivio è indipendente.

I risultati pubblicati su Science Advances nel febbraio 2026 dall'Istituto di Geologia e Geofisica dell'Accademia Cinese delle Scienze vanno in una direzione precisa. Primo: i flussi di impatti sulle due facce della Luna risultano statisticamente indistinguibili, il che permette di usare un'unica cronologia valida per tutto il satellite. Secondo, e più importante: le età misurate non si affollano affatto intorno a 3,9 miliardi di anni, ma descrivono un declino regolare e progressivo del bombardamento. Fra i frammenti datati, solo una piccola minoranza cade nella finestra fra 4,0 e 3,7 miliardi di anni, quella che l'ipotesi del cataclisma richiederebbe affollata.

C'è poi un dato che fa da ancoraggio all'estremità antica della scala: alcune noriti dei campioni Chang'e-6 hanno un'età di 4.247 milioni di anni, verosimilmente quella della formazione del bacino Polo Sud-Aitken. Un valore incompatibile sia con il modello classico del bombardamento tardivo, sia con le versioni alternative "a dente di sega" che prevedevano una ripresa degli impatti.

Ricalibrata con questi punti nuovi, la funzione che traduce il numero di crateri in età sposta alcune datazioni di superfici lunari fino a circa 340 milioni di anni. Detto così sembra enorme, ma su una storia di oltre quattro miliardi di anni è una correzione inferiore al 10%.

Vale la pena aggiungere una nota di cautela, perché la questione non è chiusa. Si tratta per ora di poco meno di due chili di materiale provenienti da un solo punto della Luna, e c'è chi osserva che un unico sito di raccolta, per quanto ben scelto, non può da solo archiviare un dibattito che dura da mezzo secolo. Il peso di questi campioni, però, è notevole: sono l'unico controllo indipendente che abbiamo.

Nel frattempo l'esplorazione umana è tornata da quelle parti. Il 1° aprile 2026 la missione Artemis II ha portato quattro astronauti in un giro intorno alla Luna, sorvolandone la faccia nascosta: la prima volta dopo Apollo 17, nel 1972, che occhi umani si posano direttamente su quel paesaggio.

Uno specchio per le origini della Terra

Tutto questo non è un esercizio accademico. Ciò che accade sulla Luna si riflette sulla Terra.

Il nostro pianeta è ottantuno volte più massiccio del suo satellite, e con una gravità maggiore ha attratto una quantità di detriti cosmici molto superiore. Ricalcolare le date e la frequenza degli impatti lunari significa quindi ridisegnare l'ambiente in cui la Terra primordiale si stava raffreddando.

Stiamo parlando dell'epoca in cui l'acqua liquida cominciava ad accumularsi negli oceani e le prime forme di vita muovevano i primi passi. Le tracce biologiche più antiche riconosciute risalgono a circa 3,5 miliardi di anni fa, con indizi controversi che si spingono anche più indietro: proprio a ridosso della finestra in questione. Capire se il bombardamento fu un episodio concentrato e violento, capace di sterilizzare a più riprese la superficie del pianeta, oppure una pioggia costante e via via più rada, cambia parecchio il quadro in cui la biologia è riuscita a mettere radici.

Nelle camere sterili dei laboratori, frammenti di roccia grandi quanto una moneta vengono analizzati con una pazienza che si misura in mesi. Dentro quei granelli di polvere grigia è registrata la storia di un sistema solare giovane e disordinato. Indagando il lato più lontano e inaccessibile della Luna, non stiamo semplicemente mappando le cicatrici di un mondo alieno. Stiamo ricostruendo il contesto in cui è nato il nostro.

Articolo redatto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale, rivisto e verificato dalla redazione prima della pubblicazione. Scopri come lavoriamo.

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