Novità
Planetologia

Il nuovo mistero di Saturno: un decagono gigante avvolge il polo sud

Le recenti osservazioni del telescopio spaziale Hubble hanno svelato un'imponente onda atmosferica a dieci lati attorno al polo sud di Saturno. È la prima volta che un simile schema geometrico viene osservato nell'emisfero meridionale del gigante gassoso, suggerendo la nascita di un nuovo fenomeno meteorologico.

Redazione 04 settembre 2026 7 min di lettura 25 visualizzazioni
Illustrazione o ripresa spaziale del polo sud di Saturno che mostra la complessa struttura atmosferica a forma di decagono Copertina del libro «Il cielo sopra di noi» di Marco Montagna Il libro del blog Il cielo sopra di noi Imparare a riconoscere le costellazioni e osservare il cielo, a occhio nudo o col telescopio. Di Marco Montagna, l'autore del blog. Su Amazon

Nel 2024, due astrofili — Trevor Barry e Jean-Paul Oger — caricano le loro riprese di Saturno su un archivio online gestito dall'Università dei Paesi Baschi, il Planetary Virtual Observatory Laboratory, dove osservatori di tutto il mondo depositano le immagini dei pianeti. Sono fotografie ottenute da terra, con strumenti amatoriali, di un pianeta distante più di un miliardo di chilometri. Eppure, guardandole insieme al planetologo Agustín Sánchez-Lavega, salta fuori un dettaglio che nessuno aveva mai notato: lungo il polo sud del pianeta corre una fascia leggermente ondulata, una increspatura appena accennata nel disco. Le immagini raccolte nel 2025 rendono l'indizio più solido. La fascia non è casuale: ha degli spigoli.

A quel punto entra in scena Hubble. E il 2 settembre 2026, su Science Advances, il gruppo guidato da Sánchez-Lavega annuncia di aver trovato attorno al polo sud di Saturno una gigantesca onda atmosferica a dieci lati. Un decagono.

Una geometria nuova nell'emisfero sud

La struttura è centrata attorno ai 63 gradi di latitudine sud e si trova incastonata dentro una delle potenti correnti a getto del pianeta. È la prima volta che uno schema di getto a lati regolari viene osservato nell'emisfero meridionale di Saturno, e la cosa ha del sorprendente per un motivo preciso: quel pianeta lo guardiamo da parecchio tempo, e con strumenti eccellenti.

Hubble osserva Saturno dal 1990, e dal 2016 lo fa in modo sistematico, con un programma chiamato OPAL che ogni anno fotografa i pianeti esterni per costruirne una cronaca meteorologica continua. La sonda Cassini gli ha orbitato attorno dal 2004 al 2017, con una risoluzione che nessun telescopio terrestre potrà mai avvicinare. Nessuno dei due aveva visto niente del genere al polo sud. Quando i ricercatori sono tornati sull'archivio di Hubble con la nuova ipotesi in mano, hanno trovato le prime tracce dell'onda solo a partire dal 2023: prima non c'era, o non era ancora abbastanza definita per essere riconosciuta.

C'è anche una ragione geometrica per cui la scoperta arriva adesso. Saturno impiega poco più di 29 anni a compiere un giro attorno al Sole, e come la Terra ha l'asse inclinato: le sue stagioni durano più di sette anni ciascuna, e per lunghi periodi uno dei due poli resta rivolto altrove, invisibile da qui. Il polo sud è tornato in vista da poco. Stiamo guardando una regione del pianeta che per anni ci era semplicemente stata voltata.

Non un gemello dell'esagono

Chiunque si sia occupato di Saturno conosce l'esagono del polo nord, individuato dalle sonde Voyager fra il 1980 e il 1981 e ancora lì, praticamente identico, ogni volta che siamo andati a controllare in oltre quarant'anni. La tentazione di leggere il decagono come la sua controparte meridionale è forte, e in parte è legittima: entrambe le figure sono onde impresse in un getto che gira attorno al polo, non tempeste nel senso in cui lo sono un uragano o la Grande Macchia Rossa di Giove.

Ma le differenze sono più interessanti delle somiglianze. L'esagono si trova molto più vicino al polo, attorno ai 78 gradi di latitudine; il decagono sta a 63 gradi, cioè su una circonferenza parecchio più ampia, ed è quindi una struttura più grande. L'esagono è sostanzialmente fermo rispetto alla rotazione del pianeta; il decagono no, deriva lentamente verso est, a circa 10 km/h — la velocità di una bicicletta in pianura, applicata a una figura larga decine di migliaia di chilometri. I venti che lo sostengono viaggiano a circa 400 km/h nell'alta troposfera, dove le nubi sono cristalli di ammoniaca ghiacciata. E il colore è diverso: il decagono appare azzurro, per ragioni che nessuno ha ancora spiegato, dato che non sappiamo di che cosa siano fatti gli aerosol che gli danno quella tinta.

Osservandolo con filtri diversi, che lasciano passare lunghezze d'onda diverse, la figura si sposta leggermente. Non è un difetto della misura: ogni lunghezza d'onda ci mostra uno strato diverso dell'atmosfera, e il fatto che il decagono compaia in tutti significa che non è un disegno superficiale nelle nubi, ma una struttura che affonda in verticale, di cui vediamo la sommità.

Il decagono ripreso al polo sud di Saturno.

Perché il vento disegna un poligono

Resta la domanda che viene naturale porsi: come fa un fluido a organizzarsi in una figura a spigoli, per giunta regolari?

La risposta non ha niente a che vedere con il mescolare il caffè, e conviene dirlo perché l'immagine circola spesso. Il punto di partenza è un getto: un fiume d'aria stretto e velocissimo che corre in cerchio attorno al polo, con aria molto più lenta ai suoi lati. Una configurazione del genere è instabile. Il getto, invece di mantenersi circolare, tende a ondeggiare, esattamente come ondeggia la corrente a getto sopra le nostre teste quando porta le perturbazioni sull'Europa. Sulla Terra queste ondulazioni si spostano, si deformano e si disfano nel giro di giorni, perché continenti e montagne le disturbano di continuo. Su Saturno non c'è nulla di tutto questo: sotto le nubi non esiste una superficie solida, e un'onda ben calibrata può restare al suo posto per decenni.

Quando l'ondulazione si stabilizza, il numero di gobbe che riesce a incastrarsi lungo la circonferenza del getto è fissato dal rapporto fra la lunghezza del cerchio e la lunghezza d'onda del disturbo. Sei gobbe danno un esagono, dieci danno un decagono. In laboratorio il fenomeno si riproduce mettendo un liquido in una vasca circolare e facendolo ruotare: al di sopra di certe velocità la superficie interna smette di essere un cerchio e diventa un poligono, e cambiando la rotazione si cambia il numero di lati. Sánchez-Lavega ha ricostruito il decagono anche con un modello numerico di atmosfera a strato sottile, ottenendo una figura a dieci lati con parametri compatibili con quelli osservati.

Una nota che vale la pena registrare: fra tutti i pianeti del Sistema solare dotati di atmosfera, e sono parecchi, soltanto Saturno produce onde con questo aspetto geometrico. Se la spiegazione fosse soltanto "un getto veloce più rotazione rapida", dovremmo vederne anche su Giove, che di getti veloci ne ha in abbondanza. Non li vediamo, e questo significa che ci manca ancora un pezzo.

Che cosa ci dirà

Il valore della scoperta sta soprattutto nel tempismo. L'esagono lo abbiamo trovato già formato, e formato è rimasto: non abbiamo mai potuto osservarne la nascita. Il decagono, invece, si è costituito sotto i nostri occhi negli ultimi tre anni, e continua a rafforzarsi. È la prima volta che possiamo seguire dall'inizio la formazione di una struttura di questo tipo, e questo permette di mettere alla prova i modelli anziché limitarsi a riprodurre a posteriori una figura già esistente.

Le domande aperte sono tutte quelle che contano. Il decagono si stabilizzerà in una configurazione duratura come l'esagono, oppure si dissolverà nel giro di qualche stagione? Che cosa lo alimenta dal basso? Ed esiste un legame con Giove, dove la sonda Juno ha trovato i cicloni polari disposti anch'essi secondo schemi poligonali? Sánchez-Lavega ha osservato che la scoperta ridimensiona una certezza: l'esagono non era così unico come lo credevamo, e forse non era neanche così straordinario.

Le prossime stagioni saturniane porteranno il polo sud in una posizione sempre più favorevole. Hubble continuerà a seguirlo, con il vantaggio di trentasei anni di archivio alle spalle, e il James Webb potrà aggiungere quello che manca: la temperatura e la composizione degli strati sottostanti. Nel frattempo la struttura è ancora lì. La cosa più notevole di tutta questa storia, però, resta il fatto che il primo a vederla non è stato né un telescopio spaziale da miliardi di dollari né una sonda in orbita, ma un paio di persone che avevano puntato il proprio strumento sul pianeta da un giardino, e che hanno avuto la pazienza di guardare bene.

Articolo redatto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale, rivisto e verificato dalla redazione prima della pubblicazione. Scopri come lavoriamo.

Condividi:
Copertina del libro «Il cielo sopra di noi» di Marco Montagna
Il libro di La Notte Stellata

Il cielo sopra di noi

Viaggio attraverso il cielo stellato ad occhio nudo e con il telescopio

La guida di Marco Montagna per imparare a leggere il cielo notturno, costellazione dopo costellazione.

Compralo su Amazon
Copertina flessibile e Kindle

Continua a esplorare