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Spazio profondo

M8: la Nebulosa Laguna, una culla di stelle nel cuore dell'estate

Immersa nei ricchi campi stellari della costellazione del Sagittario, la Nebulosa Laguna è un'immensa fucina cosmica dove nascono nuovi soli. Scopriamo come osservare e comprendere una delle meraviglie più affascinanti del cielo estivo.

Redazione 03 agosto 2026 7 min di lettura 27 visualizzazioni
M8 — Nebulosa Laguna

Immaginate di trovarvi in una limpida notte d'estate, lontani dall'invadenza delle luci cittadine. Volgendo lo sguardo verso sud, in direzione del centro della nostra galassia, la Via Lattea si allarga in una fascia chiara e granulosa. Proprio in questa zona, densa di astri e di polveri, l'occhio attento può scorgere una macchia chiara e allungata, lunga circa tre volte il diametro della Luna piena. È la Nebulosa Laguna, catalogata dagli astronomi come M8. Ma che cosa stiamo guardando esattamente quando posiamo i nostri occhi, o i nostri strumenti, su questo debole bagliore?

Che cos'è M8

Per comprendere la natura di M8 dobbiamo abbandonare la nostra prospettiva terrestre. La Nebulosa Laguna è una gigantesca nube di gas interstellare e polveri, classificata come nebulosa a emissione: il gas che la compone emette luce propria, ma soltanto perché qualcosa gliela fa emettere. È, a tutti gli effetti, una nursery cosmica, un luogo dove la materia si addensa per dare alla luce nuove stelle.

Si trova a una distanza stimata attorno ai 4.100 anni luce da noi, anche se le misure disponibili oscillano parecchio e alcune stime la collocano oltre i 5.000: è un valore che gli astronomi stanno ancora affinando. Prendendo per buona la cifra più accreditata, la luce che colpisce oggi la nostra retina è partita in un'epoca in cui, sulla Terra, fiorivano le civiltà dell'Età del Bronzo. Le dimensioni sono altrettanto difficili da maneggiare: la nube si estende per circa 110 anni luce in lunghezza e 50 in larghezza. Per farsene un'idea, se il nostro intero Sistema Solare fino all'orbita di Nettuno fosse grande come una moneta da un euro, la Nebulosa Laguna coprirebbe l'estensione di una cittadina di tre chilometri di diametro.

Il gas che la compone è in gran parte idrogeno, e a fornirgli l'energia necessaria per brillare è la radiazione ultravioletta di poche stelle giovanissime e caldissime nate al suo interno. La principale è Herschel 36, una stella di tipo O7 che si trova al centro della nebulosa e che accende da sola la regione più brillante dell'intera nube, quella che gli osservatori chiamano la Clessidra. Le fa compagnia 9 Sagittarii, ancora più massiccia, responsabile della ionizzazione delle zone orientali. Poco più a est si trova poi l'ammasso aperto NGC 6530, un raggruppamento di stelle nate dalla stessa nube appena due milioni di anni fa: un tempo che in termini stellari corrisponde a poche settimane di vita.

Il meccanismo fisico è lo stesso dei tubi al neon delle nostre insegne luminose. L'energia eccita gli atomi del gas, che la restituiscono sotto forma di luce a lunghezze d'onda ben precise. All'interno della nube, gli astronomi hanno individuato fin dagli anni Quaranta i cosiddetti globuli di Bok: nubi oscure e densissime di polvere fredda che si stagliano in controluce contro il bagliore del gas. Sono veri e propri bozzoli, all'interno dei quali la gravità sta silenziosamente plasmando i soli del futuro.

La storia della scoperta

Il primo a registrarne la presenza fu l'astronomo siciliano Giovanni Battista Hodierna, un pioniere dell'osservazione telescopica, che la annotò nel 1654 descrivendola semplicemente come una nebulosa. I suoi scritti, però, rimasero a lungo ignorati, e negli stessi decenni altri osservatori arrivarono all'oggetto per conto proprio: John Flamsteed nel 1680, che parlò di una estensione nebulosa nell'arco del Sagittario, e Guillaume Le Gentil nel 1747, a cui la scoperta è stata a lungo attribuita.

Fu l'astronomo francese Charles Messier, il 23 maggio 1764, a inserirla nel suo celebre catalogo con il numero 8. Messier, ricordiamolo, era un cacciatore di comete: il suo obiettivo non era studiare quegli oggetti nebulosi, ma catalogarli per non farsi ingannare da loro, dato che nei modesti telescopi dell'epoca potevano essere scambiati per comete in avvicinamento. Fu poi William Herschel, nel 1785, a descrivere per primo la nebulosa come un oggetto a sé stante, separato dall'ammasso di stelle che vi si sovrappone: la definì una estesa nebulosità lattiginosa divisa in due parti.

Quella divisione in due parti è esattamente ciò che avrebbe dato il nome all'oggetto, ma bisognò aspettare più di un secolo. A coniarlo non fu un osservatore al telescopio, bensì una divulgatrice: l'irlandese Agnes Mary Clerke, che nel 1890, nel suo libro The System of the Stars, paragonò a una laguna la vasta e sinuosa banda di polvere oscura che taglia in due la parte più brillante della nube. Il paragone non è nemmeno particolarmente calzante, visto che quella striscia scura somiglia più a un canale che a una laguna, ma il nome è rimasto. Oggi un piccolo cratere lunare sul bordo orientale del Mare della Serenità porta il nome di Clerke.

Dove trovarlo: la costellazione di riferimento

Individuare M8 è un'esperienza gratificante, soprattutto durante i mesi estivi, da luglio a settembre, quando la costellazione del Sagittario domina l'orizzonte meridionale nella prima parte della notte. Se avete già esplorato il cielo estivo, magari ammirando M13: il grande ammasso di Ercole, un tesoro stellare estivo, spostare lo sguardo verso sud vi regalerà un panorama completamente diverso.

Il Sagittario è riconoscibile grazie a un raggruppamento di stelle, un asterismo, che ricorda una teiera. Immaginate che la Via Lattea sia il vapore che esce dal beccuccio di questa teiera cosmica. Partendo proprio dalla stella che forma la punta del beccuccio, Alnasl, basterà salire di circa cinque gradi verso l'alto e leggermente verso destra: cinque gradi corrispondono più o meno alla larghezza di tre dita tenute a braccio teso. Come indicato dal mirino arancione nella mappa stellare allegata a questa sezione, M8 si trova proprio in quest'area, immersa in uno dei campi stellari più densi che il cielo ci possa offrire.

Come osservarlo

Sotto un cielo buio, di alta montagna o in aperta campagna, M8 è visibile a occhio nudo come una debole macchiolina allungata. È una delle due sole regioni di formazione stellare che dalle nostre latitudini si riescono a scorgere senza strumenti: l'altra è la Nebulosa di Orione, che però è appannaggio delle notti invernali.

Il binocolo è lo strumento principe per questo oggetto. Un classico 10x50 o 15x70, tenuto ben fermo o meglio ancora appoggiato a un treppiede, mostrerà due elementi distinti: da un lato il fitto gruppo di stelle dell'ammasso NGC 6530, dall'altro una tenue luminescenza grigiastra che lo avvolge. Passando a un telescopio amatoriale, con un diametro compreso tra i 100 e i 200 millimetri, lo spettacolo cambia scala. A bassi ingrandimenti, tra i 40x e i 60x, per mantenere un ampio campo visivo, la nebulosa riempie l'oculare e si comincia a percepire chiaramente la banda oscura centrale, la laguna che dà il nome all'oggetto.

Se il vostro cielo è affetto da inquinamento luminoso, l'uso di un filtro interferenziale, come un UHC o un OIII, cambia radicalmente le cose. Questi filtri funzionano come un setaccio a maglia molto stretta: lasciano passare soltanto le poche lunghezze d'onda precise emesse dal gas della nebulosa e trattengono tutto il resto, compresa la gran parte della luce diffusa dai lampioni. La nebulosa non diventa più luminosa, ma il fondo cielo diventa molto più scuro, e il contrasto fra i due aumenta in modo evidente.

Fotografarlo

M8 è uno dei bersagli preferiti dagli astrofotografi. L'occhio umano al buio non è in grado di percepire i colori, perché a bassa luminosità lavorano soltanto i bastoncelli della retina, che distinguono le sfumature di grigio ma non le tinte. I sensori fotografici non hanno questo limite, e rivelano che la Nebulosa Laguna è di un rosso intenso: è il colore caratteristico dell'idrogeno ionizzato, che emette gran parte della sua luce a 656 nanometri di lunghezza d'onda.

Serve un astroinseguitore o una montatura equatoriale motorizzata per compensare la rotazione terrestre, che altrimenti trasformerebbe ogni stella in una scia. Una macchina fotografica reflex, preferibilmente modificata per l'astrofotografia in modo da essere più sensibile al rosso dell'idrogeno, abbinata a un teleobiettivo da 200-300 mm o a un piccolo telescopio rifrattore, è sufficiente per catturare l'intera nebulosa. Saranno necessarie pose di alcuni minuti, sommate poi tramite appositi software, per estrarre i deboli dettagli delle polveri oscure dal bagliore del gas.

In conclusione

Osservare la Nebulosa Laguna non è solo un esercizio estetico. Circa quattro miliardi e mezzo di anni fa il nostro Sole e il nostro Sistema Solare sono nati in una nube di gas e polveri molto simile a questa, illuminata dall'interno dalle stelle più massicce della nidiata, percorsa dalle stesse bande di polvere scura. Guardare M8 significa, in un certo senso, sfogliare l'album di famiglia dell'universo e trovarci dentro una fotografia della nostra stessa genesi.

Articolo redatto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale, rivisto e verificato dalla redazione prima della pubblicazione. Scopri come lavoriamo.

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